I Camaleonti Si sono formati come gruppo a Milano nel 1963 con i componenti originali (Gerry, Livio, Tonino, Paolo e Riky) e nei primi tempi hanno suonato solo come cover band, nel 1965 vengono notati da Miki Del Prete, noto collaboratore di Adriano Celentano, che propone loro un contratto con la casa discografica Kansas, fondata dallo stesso Del Prete e da Domenico Serengay e collegata al Clan Celentano. Il primo disco Sha la la la la è dello stesso anno ed è già in stile beat, raccoglie un discreto successo tra il ’65 e il ’66 con 40.000 copie vendute. .Dopo la uscita dal gruppo a fine ’66 del cantante e front-man Riki Maiocchi (anche indicato a volte come Ricki, o Ricky), lanciato in una breve carriera vagamente arrabbiata, come esponente di punta della Linea verde (C’e’ chi spera, Uno in più), hanno operato una svolta verso il pop melodico all’italiana, sotto la guida del nuovo front-man Tonino Cripezzi e del nuovo acquisto Mario Lavezzi, già con Cripezzi in un precedente complesso (i Trappers). Complice la fortunata versione del successo annunciato Homburg (L’ora dell’amore) dei Procol Harum (il singolo che seguiva il successo planetario di Whiter Shade Of Pale), e la immagine di Tonino, ebbero un nuovo momento d’oro, e iniziarono a recuperare addirittura successi degli anni ’30 (“Portami tante rose”, secondo una effimera moda dell’epoca) per poi puntare nei primi anni ’70, con buon riscontro di vendite e pubblico, a brani melodici come Eternità o Applausi o Io per lei. Dik Dik Assieme a Camaleonti, Equipe 84 e Corvi, sono stati nel gruppo di testa per vendite e successo di pubblico tra i complessi italiani per tutti gli anni ’60. Immagine assolutamente plain, ma il grande intuito nell’intercettare e tradurre i successi esteri del momento, sicuramente supportato dalla casa discografica Ricordi, allora la principale in Italia, con la quale partirono da subito, assieme ad una professionalità superiore alla media, furono la ricetta vincente. Loro le versioni vincenti di Sognando la California, Se io fossi un falegname, Senza luce, L’esquimese, L’isola di Wight. Pronta anche, dal 1968 in poi, la riconversione verso gli originali con lo specifico contributo di Mogol e Battisti (erano tutti della casa discografica Ricordi, come anche l’Equipe 84), dei quali proposero con ottimo successo Il vento, e poi più avanti Vendo casa. Anche loro con gli anni ’70, dopo alcuni ultimi successi (Viaggio di un poeta, Help Me) e un tentativo di incursione nel genere progressive (“Suite per una donna assolutamente relativa”) sono entrati in stand-by, per riemergere poi negli anni ’80 con le varie operazioni nostalgia ruotanti intorno alle trasmissioni televisive di Red Ronnie (Roxy Bar, Una rotonda sul mare). Per la cronaca Dik Dik è il nome di una razza di gazzella africana. Pietro Montalbetti “Pietruccio” (voce e chitarra), Giancarlo Sbriziolo “Lallo” (chitarra e voce), Mario Totaro (tastiere), Sergio Panno (batteria), Erminio Salvadori “Pepe” (basso), Roberto Carlotto “Hunka Munka” subentrerà alle tastiere a fine anni ’60. Equipe 84 Sono stati sicuramente il complesso italiano più noto e di maggiore successo dell’era beat e immediatamente successiva. Formatisi a Modena, sotto contratto sin dal 1966 con la Ricordi (dopo i primi passi con la Vedette) iniziarono come gli altri a proporre cover tradotte (dei Beach Boys, Papà e mammà, dei Rolling Stones, Quel che ti ho dato). Il nome ben scelto assieme alla immagine stravagante del gruppo (uno riccio, Vandelli, uno altissimo, lo scomparso bassista Victor Sogliani, uno basso, il batterista Alfio Cantarella, uno bello, il secondo chitarrista Franco Ceccarelli) consentirono al gruppo di farsi riconoscere subito. Alcune traduzioni azzeccate e tempestive arrivate con il periodo Ricordi (Bang Bang di Cher, You Were In My Mind, Io ho in mente te, il successo internazionale di Barry McGuire e dei We Five), la vittoria al Cantagiro del 1966, tribuna di lancio TV per il nascente fenomeno dei complessi, fecero dei quattro il complesso italiano più popolare e più ricordato, nonché quello con i risultati migliori e più costanti in termini di vendite. Dopo la fase delle cover Vandelli, con ottimo fiuto musicale, legò le sorti del gruppo ai nascenti autori della musica italiana, in particolare Mogol e Battisti, ma anche Guccini e Paolo Conte. Da notare e apprezzare la scelta coraggiosa di inserire sul lato B del loro smash-hit del 1966 Bang Bang un brano ostico, ma che si sarebbe rivelato anticipatore, come Auschwitz di Francesco Guccini, peraltro ottimamente interpretato. Con Mogol e Battisti otterranno i loro massimi successi di fine anni ’60, ad era beat ormai archiviata. Parliamo quindi di 29 settembre e Nel cuore, nell’anima; poi altre cover tradotte/reinventate, ma non più di genere beat: Tutta mia la città, Un angelo blu, Pomeriggio ore 6, fino a Una giornata al mare di Paolo Conte. Con la partecipazione, peraltro fortunata (3° posto) al Festival di Sanremo del 1971, in coppia con Lucio Dalla, con il noto e bellissimo brano 4 marzo 1943, si chiuse sostanzialmente la carriera del gruppo, superato dalla nuova invasione rock e progressive, sul versante della musica influenzata dagli esempi stranieri e, sul fronte interno, dai cantautori, rimanendo attivo sino ad oggi il solo Vandelli. Maurizio Vandelli (chitarra e voce), Franco Ceccarelli (chitarra), Victor Sogliani (basso) [per un periodo sostituito da Romano Morandi], Alfio Cantarella (batteria) Giganti Un complesso particolare, forse più vicino al cabaret dei Gufi che al beat, anche se non sono mancate all’inizio le solite cover scelte nella hit-parade britannica. Anche il look era più da studenti o intellettuali con la barba, che da classici capelloni. Il loro smash hit è stato infatti Tema, che di beat aveva ben poco, solo il fatto di essere leggermente ritmata. Tutta l’originalità del brano era nel testo, che ricordava e citava i temi di italiano a scuola, argomento, ovviamente, l’amore. Il personaggio che veniva fuori era poi il batterista del gruppo, Enrico Maria Papes, dalla voce baritonale oltre che dal nome altisonante e annunciato, a lui la conclusione del tema e il ruolo maggiormente caratterizzante, anche se non era il cantante. Al Festival di San Remo del 1966 portarono un pezzo vagamente di protesta, Proposta (“Mettete dei fiori nei vostri cannoni”), e in altri brani si caratterizzarono come gruppo che diceva la sua sui fatti del mondo.Dopo lo scioglimento alla fine degli anni ’60 i due fratelli Giacomo “Mino” De Martino e Sergio De Martino iniziarono una breve carriera in duo, come “Mino & Sergio”. Enrico Maria Papes (batteria e voce), Sergio De Martino (basso e voce), Francesco Marsella “Checco” (tastiere e voce), Giacomo De Martino (chitarra e voce) (da destra a sinistra nella copertina di “Tema”). Marsella era subentrato a Paolo Vallone prima del periodo di maggiore successo del gruppo. New Trolls Nati come Trolls a Genova nel 1966 per iniziativa di Pino Scarpettini e Vittorio De Scalzi, agli inizi proponevano un beat melodico molto semplice, e già nel 1966 pubblicano con una major (La voce del Padrone) i primi due singoli (Dietro la nebbia / Questa sera, e il successivo Cherish / Il mondo che vuoi). Già nell’anno successivo il cambio di nome ora e definitivamente New Trolls di stile e di formazione, con l’entrata di Nico Di Palo e l’abbandono da parte di Scarpettini. Due singoli nel 1967 (Sensazioni / Prima c’era luce) e nel 1968 (Visioni / Io ti fermerò) dal buon riscontro, in particolare il secondo, presentato al Disco per l’estate del 1968, e poi lo storico album Senza orario senza bandiera (1968), considerato il primo concept album italiano, e l’apripista per il genere rock progressive nel nostro paese. Il disco era sviluppato sui testi del poeta Claudio Mannerini, adattati nella metrica da Fabrizio De Andrè, e conteneva la celebre canzone Signore, io sono Irish. All’affermazione in Italia del progressive (particolarmente amato da noi) i New Trolls daranno poi un contributo decisivo, tre anni dopo, con il celebre album Concerto grosso per i New Trolls, su composizioni in stile settecentesco del maestro Luis Bacalov, nel quale il gruppo rock con strumenti elettrici prendeva il ruolo del gruppo di solisti contrapposto alla orchestra, la formazione, appunto, del “concerto grosso”. La carriera del gruppo è continuata negli anni a venire con un progressivo spostamento nel genere pop e numerose collaborazioni, ma tra le canzoni del gruppo genovese non si può non ricordare la mitica Una miniera del 1969 (ispirata probabilmente a “La cittadella” di Cronin e a varie tragedie minerarie), apoteosi del genere epico e sentimental-scongiuratorio, diventata un classico intramontabile anche per la notevole performance vocale, in chiave altissima, di Nico Di Palo. Il nome: i trolls sono personaggi della mitologia nordica, diventati poi un termine comune nell’universo Internet per indicare i disturbatori intenzionali di forum e newsgroup.La prima formazione come Trolls vedeva Pino Scarpettini (tastiere), Vittorio De Scalzi (chitarra e voce), Ugo Guidi (basso), Giulio Menin (batteria) e Piero Darini (chitarra e voce) e in seguito Ricky Tamarca. Nella successiva, come New Trolls, rimaneva il solo De Scalzi, con Nico Di Palo (chitarra e voce), Giorgio D’Adamo (basso), Mauro Chiarugi (tastiere) e Gianni Belleno (batteria). Negli anni successivi il gruppo ha subito altri cambi di formazione attorno al nucleo rappresentato da De Scalzi e Di Palo. N omadi La voce particolare di Augusto Daolio e la sincerità di fondo del gruppo ha accompagnato tre periodi. Gli esordi risalgono al 1963, il primo disco al 1965, l’affermazione come complesso beat, più protestatario e diretto degli altri, al 1966.I Nomadi hanno avuto un costante seguito da parte loro fan, ovviamente, con periodi di successo e altri meno, ma sono stati sempre in grado di riempire con “il popolo dei Nomadi” i loro concerti, sin dalla fine degli anni ’70. Il primo disco era “Donna la prima donna” (una cover da “Donna The Prima Donna” di Dion Di Mucci & The Belmonts, 1965, un gruppo e un brano tipicamente doo-wop), ma già il loro secondo singolo, e primo successo, “Come potete giudicar” (1966) cover piuttosto libera di The Revolution Kind di Sonny Bono, era un incisivo brano di protesta, accolto bene al Cantagiro di quell’anno. Subito dopo è iniziata la proficua collaborazione con Francesco Guccini, come noto emiliano (di Modena) come alcuni dei Nomadi. In particolare, ha scritto per loro “Noi non ci saremo”, un brano sulla guerra nucleare, “Un figlio dei fiori non pensa al domani”, una cover con parole diverse da “Death Of A Clown” dei Kinks, e soprattutto il grande hit del loro primo periodo, una canzone di protesta originale, persino vietata dalla RAI, parliamo ovviamente di Dio è morto (1967) sulle contraddizioni della società negli anni ’60 forse anche di oggi) che è diventata un classico senza tempo.Dopo questo periodo,I Nomadi hanno virato la loro produzione verso canzoni più immediate, la controversa Ho difeso il mio amore (1968) e, nel decennio successivo, proseguendo con il loro più grande successo “Io vagabondo” (1971), una delle poche canzoni che più o meno tutti gli italiani cantano quando vogliono cantare insieme. Nel corso di questi quaranta (e più) anni, alcuni dei componenti originali hanno lasciato il gruppo, e purtroppo anche Augusto Daolio è scomparso nel 1992 a causa di una malattia incurabile, ma il tastierista originale, Beppe Carletti, è rimasto come il punto focale dei “nomadi” fino ad oggi. Pooh Il nome, secondo quanto raccontavano loro (in una intervista ad una rivista giovanile del periodo), era nato per caso, i quattro ragazzi attorno a un tavolo e uno che fa la canonica domanda, “Allora, che nome ci mettiamo?”, e la risposta, in coro, fu “pooh?”. Il loro primo 45 giri fu una cover della celebre “Keep On Running”, dal titolo “Vieni fuori”. Il brano che soprattutto si ricorda di quel periodo e’ Brennero ’66, una canzone non d’amore ma di protesta, e su un tema certo inusuale, gli attentati terroristici perpetrati in quegli anni ai danni di militari italiani dai nazionalisti altoatesini. Il secondo grande successo che si ricorda dei Pooh e’ però già fuori dal beat, sia musicalmente che come ispirazione. Si tratta ovviamente di Piccola Katy, in classifica nel 1968, “la canzone” di molti adolescenti dell’epoca.Poi un periodo di semi oblio, come avvenne per molti gruppi e cantanti anni ’60 all’inizio del decennio successivo, un decennio in cui tutto, nella moda, nella musica e nel costume, doveva essere nuovo e non visto prima. In quel periodo si verifica anche l’uscita del cantante storico del gruppo, Riccardo Fogli, con motivazioni sia artistiche sia personali. Fogli infatti lascia la moglie Viola Valentino per una nuova relazione con Patty Pravo, uscita bene dagli anni ’60 ed entrata trionfalmente negli anni ’70 come simbolo di una (moderata) trasgressione e libertà dei costumi. Roby Facchinetti e gli altri però non mollano, il cantante Red Canzian prende il posto di Fogli e i Pooh consolidano il loro successo sulla scia del brano melodico, celeberrimo, Tanta voglia di lei (ancora nell’era Fogli, del 1971), che era stato lanciato da Arbore e Boncompagni nella trasmissione Alto Gradimento riportando l’attenzione su di loro. I quattro Pooh non abbandoneranno più questo nuovo filone pop, melodico ma aperto alle novità tecnologiche e alle mode musicali, inanellando per tutti gli anni ’70 altri grandi successi come Io e te per altri giorni o Dammi solo un minuto, raccogliendo trionfi da stadio negli anni ’80 e il successo a Sanremo negli anni ’90, in coppia con la grande cantante jazz Dee Dee Bridgewater (Uomini soli). Le Orme Assieme ai New Trolls sono stati gli apripista per il genere rock progressive in Italia, nel quale hanno colto negli anni ’70 grandi successi con gli album Collage (1971), L’uomo di pezza (1972), Felona e Sorona (1973), vere e proprie antologie di questo genere, tanto amato nel nostro paese. La storia del gruppo inizia però negli anni ’70 come complesso beat di tendenza melodica e commerciale. La formazione del gruppo risale al 1966 a Marghera (Venezia) attorno al chitarrista Aldo Tagliapietra, in una classica formazione a quattro, con la incisione del primo singolo Fiori e colori (1967), proposto in seguito anche in inglese (Flowers And Colours). Nell’anno successivo, con una line-up in parte cambiata, dopo un successivo 45 giri (“Milano 1968”, sul retro “Mita Mita” dedicato all’allora reginetta del Piper Club Mita Medici), il loro primo singolo di grande successo, Senti l’estate che torna, presentato alla manifestazione canora “Un disco per l’estate”, che già individua uno stile personale e riconoscibile del gruppo, poi confermato dal successivo Irene (1968), proposto anch’esso in lingua per il mercato inglese. Già dal 1968 il gruppo, ormai stabilmente nella struttura del trio, si avvia sulla strada degli album concept con il primo LP Ad Gloriam, che già introduce in parte una struttura unitaria per legare le canzoni. Le Orme sono arrivate alla formazione definitiva in trio, composta da Aldo Tagliapietra (basso e voce), Tony Pagliuca (tastiere) e Michi Dei Rossi (batteria) attraverso una serie di cambi di formazione tra il 1966 e il 1969. Nel 1966 i componenti del gruppo erano, oltre a Tagliapietra, Nino Smeraldi (chitarra), Claudio Galietti (chitarra e basso) e Marino Rebeschini (batteria). Già nel 1966 Rebeschini era stato sostituito da Dei Rossi. Nel 1968 si aggiunse alla formazione, ora a 5 (vedi la copertina del singolo “Milano 68” riportata sopra), Tony Pagliuca proveniente dallo stesso gruppo di Dei Rossi, gli Hopopi. Nel corso del 1969 l’abbandono in fasi successive degli altri due e la formazione definitiva, con Tagliapietra passato al basso e quindi un sound più orientato alle tastiere.
I Complessi degli Anni ‘60 ‘70
Quando si parla dei favolosi anni ‘60, per la gran parte delle volte ci si sofferma sui grandi sconvolgimenti sociali che ebbero luogo negli Stati Uniti e sulle rivoluzioni in campo culturale che stavano avvenendo nella Swinging London. Molto di rado, però, i testi di storia si soffermano sul periodo d’oro che visse il Belpaese nel corso di quel decennio: mi riferisco all’Italia del cosiddetto “boom economico”. Nel giro di pochi anni, anche il nostro amato Stivale proprio come in America e in Gran Bretagna, visse un periodo di profondi cambiamenti sotto ogni aspetto della vita quotidiana: grazie al florido momento dell’economia, anche l’arte, la musica e la cultura, in senso generale, ne giovarono. La novità che caratterizzò gli anni ‘60 e ‘70 furono le band che in questo periodo venivano chiamati «complessi» e che fecero la storia della musica italiana soprattutto per il loro abbigliamento, i capelli lunghi e le moto di grossa cilindrata. Di seguito potrai attingere alle informazioni sui principali gruppi musicali alias complessi in voga in quegli anni.
Gruppi Anni ‘60 ‘70
INFORMAZIONI, DISCOGRAFIA e SUCCESSI